IL PROGETTO

Progetto architettonico
a cura del Prof. arch. Francesco Venezia

Collaboratori:
arch. Michele De Mattio
arch. Andrea Faraguna

Allestimento della mostra nel Museo Archeologico Nazionale

Fondamentale nella concezione dell'allestimento l'uso del colore. Le scelte cromatiche hanno tratto ispirazione dai colori presenti nei cicli degli affreschi di Pompei. Le pareti colorate colloquiano con i pezzi in mostra - costituiti in gran parte da oli, acquerelli e disegni - e allacciano una dopo l'altra le opere esposte, accompagnando il visitatore lungo quella che sembra essere una passeggiata attraverso le strade di una città dissepolta.
L'allestimento è infatti un vero e proprio sistema architettonico ospitato a sua volta all'interno di un altro spazio architettonico di misura gigantesca: il salone della Meridiana del Museo Archeologico Nazionale. Dal punto di vista progettuale il problema è stato quello di dare all'allestimento una forma che non soccombesse a questo confronto e cioè che non risultasse schiacciato dallo spazio del salone, alto 20 metri per 1200 mq di superficie. Si è puntato allora su una geometria che per mezzo di effetti prospettici ribaltasse il rapporto di forza tra l'allestimento e il salone e su un particolare sistema di circolazione che, seguendo un andamento a meandri, ponesse il visitatore nella condizione di misurare da posizioni diverse il rapporto tra le due architetture: quella ospite e quella ospitata. Un concetto caro all’architettura egizia, che rispondeva all’eterno ritorno delle cose. La figura geometrica alla base dell’allestimento è il trapezio, figura anch’essa cara all’Egitto.

Allestimento della mostra nell’Anfiteatro di Pompei

Ancora all’Egitto fa riferimento l’allestimento progettato per la mostra dell’Anfiteatro di Pompei. In questo antico spazio è stata costruita una piramide completamente removibile per presentare i calchi restaurati dei corpi delle vittime dell’eruzione, insieme alle fotografie d’archivio che documentano i lavori negli scavi tra ‘800 e ‘900.
La figura piramidale è il frutto di una duplice suggestione: evoca il vulcano che con la sua forza eruttiva seppellì Pompei ed Ercolano, ma rimanda anche alla scoperta del tempio di Iside a Pompei, uno dei primi edifici a essere stati ritrovati e che contribuì a diffondere il gusto egizio in Europa ancor prima delle campagne napoleoniche.
La piramide ha un’altezza di 12 m, realizzata quasi interamente in legno con una cupola interna in cartongesso. I visitatori la percorrono lungo un tracciato anulare. Al centro sono posti i calchi, e le fotografie, in parte scomposte in frammenti poi ricomposti in pastiches, sono esposte lungo le pareti illuminate da luce diffusa.


Francesco Venezia è nato a Lauro, in provincia di Avellino nel 1944. È stato ordinario di composizione architettonica presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. È stato docente alla Sommerakademie di Berlino, visiting professor presso la Graduate School of Design della Harvard University, professeur invité all’École Polytechnique Fédérale di Losanna e per quattro volte docente incaricato di un atelier di progettazione presso l'Accademia di Architettura dell'Università della Svizzera italiana di Mendrisio. Nel 1988 una sua opera - un museo a Gibellina - è stata selezionata per l’European Architecture Award Mies van der Rohe. Nel 1997 due sue opere - la facoltà di diritto ed economia e la biblioteca universitaria di Amiens - hanno ricevuto il premio Architecture in Stone International Award. È medaglia d'argento del Presidente della Repubblica "ai benemeriti della cultura". È accademico di San Luca.

Autore di Che cos'è l'architettura. Lezioni conferenze, un intervento, Electa, 2011; Nel profondo della cattedrale. Caserta 2010-2014, Libria, 2014. Sulla sua opera sono stati pubblicati: Paolo Di Martino (a cura di), Trentadue domande a Francesco Venezia, Clean, 2001; Francesco Venezia. Le idee e le occasioni, Electa, 2006.



pianta per sito
 

Salone Meridiana
Considerata una delle più imponenti aule coperte d’Europa la sala, la cui costruzione iniziata nel 1612-1615 fu ultimata per problemi statici solo nel 1804, prende il nome dalla meridiana solare realizzata tra il 1790 e il 1793 quando l’astronomo Giuseppe Casella pensò di installare qui un Osservatorio Astronomico. Il progetto fu presto abbandonato per inadeguatezza del luogo, ma sul pavimento trovò comunque posto la meridiana. Disegnata da Pompeo Schiantarelli, lunga oltre 27 metri, essa è composta da un listello di ottone disposto tra i riquadri di marmo nei quali sono incastonati graziosi medaglioni dipinti a raffigurare i dodici segni dello zodiaco. A mezzogiorno locale, la luce solare, penetrando dal foro dello gnomone collocato in alto nell’angolo Sud Ovest, cade così sulla linea meridiana del pavimento, percorrendola in base alle stagioni.

Anfiteatro
Costruito dai duoviri Q. Valgus e M. Porcius, molto probabilmente tra l’80 e il 70 a.C. come rivela una lastra in travertino posta al suo ingresso, quello di Pompei è tra gli anfiteatri più antichi e meglio conservati, con una capienza di oltre 20.000 spettatori. 
Destinato ai combattimenti tra gladiatori, fu eretto nella zona sud-est della città, meno urbanizzata. La cavea è divisa in tre settori: la ima cavea (prima fila) per i cittadini importanti, la media e la summa, più in alto, per gli altri. Spesso sulle tribune un velario proteggeva dal sole gli spettatori, mentre sull'asse maggiore dell'arena si aprivano due porte: per una entrava la parata dei partecipanti ai giochi, dall'altra erano portati via i corpi esanimi o feriti. 
Un noto affresco, ora al Museo Archeologico di Napoli, ne ricostruisce l’intera struttura in particolare ai tempi della violenta rissa del 59.d.C fra “tifosi” Nocerini e Pompeiani. L’episodio, che causò numerosi morti e feriti, è probabilmente da ricondursi al risentimento di Pompei verso Nocera che, divenuta da poco colonia, ne aveva assorbito parte del territorio.
La gravità dello scontro provocò l'intervento dell'allora Imperatore Nerone, che impose la chiusura dell'anfiteatro per dieci anni (provvedimento poi annullato dopo il sisma del 62 d.C.), e punì i responsabili con l'esilio.

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